Philip Zimbardo e l’effetto Lucifero: teoria della devianza # 2 con VIDEO

Philip Zimbardo e l’effetto Lucifero: teoria della devianza # 2 con VIDEO

Malvagi si nasce o si diventa?

Questa è una delle domande che da sempre tormenta gli studiosi di psicologia e criminologia.

Durante il processo di Norimberga, gli ufficiali nazisti condannati per atroci crimini di guerra hanno giustificato le loro bestialità affermando “mi è stato imposto di farlo”, “ho solo eseguito gli ordini”, “non mi facevo domande, obbedivo e basta”.

Davvero basta questo a comprendere come persone normali si siano trasformate in mostri?

Basta questo a spiegare come sia possibile diventare degli aguzzini sadici e spietati?

E tu cosa faresti?

Cosa faresti se ti dessero una divisa, ti rendessero anonimo e con pieni poteri?

Se nessuno potesse sapere cosa stai facendo e se tutti facessero come te?

Resteresti buono o diventeresti anche tu spietato?

L’esperimento carcerario di Stanford

Questa è la domanda che si è posto Philip Zimbardo, uno psicologo americano, nel 1971. Zimbardo ha ideato uno degli esperimenti più noti e terribili che si conoscano nella storia della psicologia e delle teorie della devianza.

Questo non tanto per l’esperimento in sé quanto per le reazioni che ha provocato nei soggetti che si sono prestati alla ricerca.

Zimbardo e i suoi collaboratori sono gli autori dell’esperimento carcerario di Standford, da cui è stato tratto il noto film “The experiment”. Nei sotterranei dell’Università di Palo Alto venne ricostruito nei minimi dettagli un carcere, con lo scopo di indagare quale sarebbe stato il comportamento degli individui a seconda di cosa gli si sarebbe detto di fare.

In 75 risposero all’annuncio, e 24 furono gli studenti universitari scelti.

Si prestarono volontariamente, loro malgrado e senza immaginare cosa sarebbe accaduto. Furono selezionati solo i maschi, tutti di ceto sociale medio, tutti equilibrati dal punto di vista psicologico e senza alcun tratto che predisponesse alla devianza. I classici bravi ragazzi.

A 12 di loro venne detto che avrebbero fatto parte del gruppo dei detenuti, gli altri 12 furono assegnati a quello delle guardie carcerarie.

La deindividuazione e la depersonalizzazione

I detenuti furono spogliati e venne fatta indossare loro una divisa con una matricola stampata sul petto e sulla schiena. Avevano un berretto e portavano delle catene vere alle caviglie. L’ordine per loro era che avrebbero dovuto fare tutto quello che le guardie avessero deciso.

Anche le guardie carcerarie vennero depersonalizzate, o come disse Philip Zimbardo “deindividuate”: uniformi militari tutte uguali, un manganello e delle manette in dotazione, un fischietto e occhiali da sole riflettenti che impedivano loro di guardarsi negli occhi e di mostrare uno sguardo umano ai carcerati.

Per loro il comando era: fate tutto quello che ritenete necessario per mantenere l’ordine. Nessuno sarebbe intervenuto fino alla fine dell’esperimento. Quando le celle si chiusero, i 24 ragazzi rimasero da soli.

All’interno dei due gruppi ogni soggetto aveva perso la propria identità soggettiva. Se ne era creata un’altra al suo posto, ed era quella del gruppo stesso, identificato dall’abbigliamento e dal ruolo.

O si era un carcerato, o si era una guardia.

L’esperimento doveva durare ben 14 giorni, ma ne bastarono 6 per capire che qualcosa di terribile stava accadendo lì dentro, qualcosa che iniziava a tirare fuori da insospettabili ragazzi di buona famiglia e tendenzialmente pacifici sadismo e violenza.

Il sadismo delle guardie

Dopo appena due giorni le guardie cominciarono a pretendere dai detenuti comportamenti insopportabili. I carcerati dovevano pulire i bagni senza guanti, o ancora tenere in cella secchi pieni dei loro bisogni. Erano costretti a cantare tutto il giorno canzoni oscene o recitare litanie ininterrottamente. Così i carcerati tentarono di creare un legame tra loro per resistere alle guardie, legame che le guardie recisero con vessazioni psicologiche e fisiche.

I detenuti si strapparono così la divisa barricandosi nelle celle, e misero in atto un tentativo di evasione a malapena contenuto dallo stesso Zimbardo che diede poi il via libera: l’esperimento poteva continuare.

La disgregazione psicofisica dei carcerati

Passarono altri 3 giorni e i carcerati cominciarono a mostrare segni di scompenso psicofisico. Non c’era più traccia di violenza o reazioni in loro. Non facevano più gruppo e iniziavano ad avere:

  • distacco e crisi di fuga dalla realtà,
  • apatia,
  • disturbi emotivi gravi,
  • manifestazioni somatiche,
  • dissociazione.

Alcuni di loro cominciarono a eseguire gli ordini senza protestare, nella speranza di non subire più vessazioni.

La speranza però aveva lasciato il finto carcere di Stanford che era diventato molto più vero di quello che Zimbardo pensava.

Le guardie, dal canto loro, si mostravano sempre più violente e sadiche.

Solo a questo punto Zimbardo dovette dire basta.

Cos’era accaduto?

Com’era stato possibile che in soli 2 giorni studenti modello si fossero trasformati in sadici senza pietà e senza alcun tipo di rimorso?

Perché ritenevano di poter fare tutto quello che volevano senza comprendere il disvalore morale di quello che stavano facendo?

Perché i carcerati, ben sapendo che il tutto sarebbe finito dopo appena 2 settimane, e consapevoli che si trattava solo di finzione, si scompensavano realmente fino a distaccarsi dalla realtà o ad avere manifestazioni somatiche?

Davvero quel set finto per loro era diventato l’unica realtà dalla quale credevano di non poter più uscire?

La risposta fu sì.

L’effetto Lucifero

L’esperimento fece discutere molto e Zimbardo si interrogò profondamente sui risultati di una ricerca che era andata oltre ogni limite previsto.

Diede un nome a ciò che aveva creato quella situazione: effetto Lucifero. Comprese che la finzione che aveva così meticolosamente creato aveva realmente portato i soggetti a vivere quella ricostruzione come reale.

Capì che sentirsi parte di un’istituzione, quale che fosse (esercito, governo, carcere in quel caso) doveva avere l’effetto di portare i partecipanti a identificarsi con le norme, le regole e i comportamenti che si instaurano in quelle istituzioni.

In carcere l’unica regola è reprimere, contenere, punire, sottomettere, e i soggetti che erano stati assegnati a quell’istituzione (seppure finta) così si comportavano: reprimevano, contenevano, punivano, sottomettevano.

L’eteronomia: quando ciò che è lecito ci viene detto dall’esterno

Un altro aspetto importante che venne fuori da questo esperimento fu quello che Kant definiva eteronomia.

Si definisce eteronomia la condizione per la quale un individuo si comporta non secondo la sua morale e la sua etica ma in base a quello che gli viene detto di fare. L’individuo non sceglie più tra ciò che è bene e ciò che è male, ma acquisisce le norme e le regole dal di fuori.

Così può giustificare ogni sua azione, perché non è lui che ha deciso, si è solo attenuto a quello che gli altri hanno stabilito per lui.

Nessun senso di colpa, nessuna responsabilità, nessuna vergogna.

Proprio quello che affermavano i nazisti: mi è stato detto di farlo, ho solo eseguito gli ordini.

L’esperimento di Philip Zimbardo e l’effetto Lucifero fecero affiorare nei soggetti della finzione proprio il comportamento eteronomico, cioè la perdita della consapevolezza di quello che è bene e di quello che è male.

Le guardie non si comportavano più secondo quello che credevano, ma secondo quello che l’istituzione cui appartenevano si aspettava da loro.

Non erano sadici per indole, ma perché erano diventati guardie.

Non c’era più responsabilità personale.

La deindividuazione di Gustave Le Bon: psicologia delle folle

Philip Zimbardo e l’effetto Lucifero chiarirono come la deindividuazione fosse stata la chiave: si era persa l’identità personale, con quelle divise tutte uguali, lo sguardo nascosto dagli occhiali scuri e le armi in dotazione. Non c’era più la persona, c’era il gruppo.

Così era stato possibile annullare il senso di colpa e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni sadiche. Gli impulsi potevano essere sfogati, non c’era paura né vergogna, mentre l’aggressività cresceva grazie alla sensazione di sentirsi parte di una comunità, anche se deviata. L’individuo ha un solo scopo così: quello del suo gruppo, quello del branco.

Nel suo libro ‘Psicologia delle folle’ del 1895, Gustave Le Bon identificava il gruppo come un protagonista potenzialmente pericoloso per la società.

Ogni folla, anche quella che in origine scende in piazza per manifestare in maniera pacifica, reca con sé un’identità.

Non è l’insieme delle singole identità di chi appartiene a quel gruppo, ma è qualcosa di nuovo, qualcosa che prende il sopravvento e che annulla l’autonomia in favore dell’eteronomia.

Diceva Le Bon:

le folle sono separate da differenze irriducibili, e queste differenze non sono modificabili. Non le si può annullare con l’educazione né con l’istruzione, ma solo tenerle a bada.

Quando però la natura impulsiva delle folle viene fuori, l’individuo smette di avere una propria idea, una propria morale, e si lascia condurre ovunque.

Il profilo dell’individuo nel gruppo

L’esperimento di Philip Zimbardo e l’effetto Lucifero hanno lasciato molte domande e molti dubbi negli studiosi che sono venuti dopo di lui.

Chiunque, in un gruppo, diventerebbe malvagio?

È impossibile mantenere la propria umanità?

Alla prima occasione, ciascuno di noi sarebbe in grado di trasformarsi in un mostro?

La risposta, in questo caso, è no.

Personalità debole, con scarsa autostima e bassa intelligenza, influenzabile, suggestionabile e disinformato, che tende a delegare idee e decisioni e non è abituato alla critica.

Questo sarebbe il profilo dell’uomo che perde la propria identità in un gruppo.

In lui si alimenterebbe un senso di potenza (indotto) che annulla la responsabilità personale.

Sarebbe poi affetto da una sorta di contagio mentale che lo porta a scomparire nel gruppo.

Non tutti gli uomini sono così però. Altrimenti non si spiegherebbe la presenza di coloro che alzano la testa e dicono no.

Poiché in fondo a fare di noi ciò che siamo non è la nostra natura, ma la scelta quotidiana di seguirla oppure no.

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