Yara Gambirasio: Massimo Bossetti dalle indagini all’arresto ai reperti distrutti CON VIDEO

Yara Gambirasio: Massimo Bossetti dalle indagini all’arresto ai reperti distrutti CON VIDEO

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Analizziamo in questo articolo tutti i punti di una delle indagini più importanti degli ultimi anni.

Nel tardo pomeriggio del 26 novembre del 2010, un venerdì, Yara Gambirasio, di soli 13 anni, non rientra a casa, nel comune di Brembate di Sopra, a Bergamo. Era stata in palestra, nel Centro Sportivo di via Locatelli. come faceva spesso, essendo appassionata di ginnastica ritmica.

Doveva consegnare alle sue insegnanti un registratore che sarebbe stato usato la domenica per una gara.

Questo è un particolare su cui torneremo più avanti.

Era uscita alle 17:30, probabilmente dicendo a sua madre ‘ci vediamo dopo’. Quel dopo però non arriverà mai.

La scomparsa di Yara Gambirasio

Alle 18:40 Yara è ancora in palestra, secondo le testimonianze di chi l’ha vista lì. Eppure nessuno la vede uscire.

La mamma l’attende, ci vogliono solo pochi minuti per percorrere il tratto che separa la palestra da casa, appena 700 metri. Passa un quarto d’ora e prova a chiamarla, ma il suo cellulare risulta spento. Prova allora a recarsi con angoscia al centro sportivo, ma della figlia nessuna traccia.

Passerà ancora poco tempo prima che Maura Panarese, la mamma di Yara, decida di chiamare il marito. Non è da lei tardare, non è da lei non avvisare, e poi ha solo 13 anni. Qualcosa, purtroppo, deve essere accaduto.

Fulvio, il papà, inizia a cercarla intorno alla palestra.

Alle 20:30 si reca presso la stazione carabinieri di Ponte San Pietro, per denunciarne la scomparsa. A prendere la prima denuncia è il brigadiere Garro.

Le prime ricerche

Le ricerche di Yara partono immediatamente, è un caso che non lascia spazio a ipotesi alternative. Com’è possibile che nessuno l’abbia vista lasciare la palestra? Disattenzione forse.

Quando incontriamo qualcuno non pensiamo che possa essere l’ultima volta che lo vediamo.

Allora non facciamo caso ai dettagli, non notiamo che aspetto aveva, se era triste o arrabbiato, se era con qualcuno o se stava accadendo qualcosa di sospetto.

Per fortuna, si dicono le forze dell’ordine, ci sono le telecamere fuori del centro sportivo. Se Yara è uscita con qualcuno, o se qualcuno l’ha avvicinata fuori, lo si vedrà subito e si potrà capire cos’è successo.

Magari si potrà anche riportare Yara a casa sana e salva in tempo per la cena.

Ma a questo punto accade qualcosa che lascia tutti sgomenti, qualcosa di inaccettabile e che provoca rabbia: le telecamere sono tutte fuori uso.

L’analisi delle celle agganciate dal telefono

Si passa quindi all’aggancio delle celle: forse una speranza può arrivare dal cellulare della ragazzina.

Si inoltra immediatamente la richiesta alla Vodafone, gestore dell’utenza di Yara.

La risposta arriva solo a mezzanotte e 42, permettendo di localizzare solo gli ultimi spostamenti.

Alle 18.44 il telefono di Yara aveva agganciato la cella di Ponte San Pietro, in via Adamello. Dopo 5 minuti, alle 18.49, il cellulare agganciava un’altra cella, a Mapello. Dopo altri 6 minuti Yara, o almeno il suo cellulare, si trovava in via Ruggeri, a Brembate di Sopra.

Sembra quasi di vedere Yara che si sposta, la speranza è che un altro aggancio possa svelare dove si trovi la ragazzina, così da salvarla. Ma anche in questo caso, come per le telecamere, la tecnologia non servirà a salvare Yara. Il segnale scompare, e con esso scompare anche Yara.

Le prime indagini: il ruolo di Mohammed Fikri

I primi concitati giorni vedono gli inquirenti sentire a sommarie informazioni tutti coloro che potrebbero dare notizie utili su Yara.

I telegiornali diffondono comunicati sulla scomparsa della ragazzina.

Si ascoltano tutti gli iscritti al centro sportivo e i loro genitori, così come tutti coloro che abitano nei pressi del centro o potrebbero essere passati di lì quella sera.

Uno degli ultimi agganci del cellulare di Yara riportano a Mapello, dove si trova un cantiere.

Si impiegano lì anche i cani molecolari specializzati nella ricerca di tracce volatili, così come cani esperti nel ritrovamento di tracce di sangue e resti umani. Purtroppo a questo punto nessuna ipotesi può essere scartata, e ciò che conta è trovare Yara, qualunque fine abbia fatto.

Il cantiere di Mapello, in cui si sta edificando un centro commerciale, si trova a soli 3 chilometri dalla palestra in cui Yara è stata vista l’ultima volta. Di Yara non c’è traccia, ma gli inquirenti decidono di identificare tutti coloro che vi lavorano e di metterli sotto intercettazione telefonica.

L’intercettazione a Fikri e l’errore di traduzione

È così che arriva la prima, inaspettata svolta nelle indagini che però si risolverà in un nulla di fatto.

Il 5 dicembre del 2010 viene arrestato un operaio di 22 anni impiegato nel cantiere. Si tratta di un magrebino, di nome Mohammed Fikri, fermato mentre sta per lasciare l’Italia in direzione Marocco a bordo di una nave partita da Genova.

Il motivo per cui Fikri viene fermato e sospettato è una telefonata intercettata sulla sua utenza.

In arabo avrebbe detto ‘Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io‘.

La caccia all’uomo sembra terminata.

Anche in questo caso però, e soprattutto in questo caso, la fretta, la voglia di dare un nome al mostro e pace alla famiglia fa incorrere gli investigatori in quello che si dimostrerà un errore clamoroso.

Fikri si giustifica dicendo che non stava scappando.

Riesce a dimostrare che quel viaggio in Marocco, a Tangeri dalla sua famiglia, era prenotato da tempo.

Inoltre, sottoponendo quell’intercettazione a un’altra traduzione, si scopre che l’uomo non avrebbe mai pronunciato quella frase che l’aveva incriminato.

Piuttosto avrebbe detto ‘Allah mi aiuti, fa che risponda‘.

Passeranno tuttavia anni prima che il magrebino esca definitivamente dalla vicenda, con un’accusa gravissima sulle sue spalle che forse nessuno dimenticherà.

Il ritrovamento di Yara Gambirasio

È il 26 febbraio del 2011, tre mesi esatti dalla scomparsa di Yara, quando Ilario Scotti, un impiegato di Brembate di 48 anni, si trova in un campo a Chignolo d’Isola, a circa 9 chilometri dal comune bergamasco. Ilario è un aeromodellista che si sta dedicando al suo hobby quando fa una scoperta terribile. Tra le sterpaglie di un campo, abbandonato come fosse un rifiuto, c’è un corpo. Immediatamente Ilario lancia l’allarme, e i timori prendono vita: è Yara.

Di lei ci sono solo i vestiti e i resti.

L’autopsia su Yara Gambirasio

A effettuare l’autopsia sulla ragazzina è la professoressa Cristina Cattaneo, anatomo-patologa e medico legale presso l’Università di Milano, nonché direttrice del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense.

La dottoressa ricostruisce gli ultimi, terribili, momenti di vita di Yara. Il referto è impietoso: su Yara si rilevano un trauma cranico, numerosi colpi di spranga, una ferita profonda all’altezza del collo e almeno 6 ferite da arma da taglio. Tuttavia, continua la dottoressa, Yara sarebbe morta per il freddo e per le ferite riportate, restando in vita per un po’ di tempo. Almeno, non c’è traccia di violenza carnale.

Le parole della Cattaneo sono insostenibili per la famiglia di Yara e per tutti coloro che la immaginano sola, in quel campo, a chiedersi perché sta morendo in quel modo.

Il referto dell’autopsia su Yara

‘Yara’, scrive, ‘è stata colpita con una lama molto affilata, da vestita, alla gola e al corpo’. Le ferite le sono state inflitte nel campo in cui è stata trovata morta, e lì sarebbe deceduta verso mezzanotte, quindi poche ore dopo il rapimento e mentre tutti la cercavano non immaginando che non ci fosse più. Yara stringeva nella mano destra arbusti tipici del luogo, le cui spine si erano attaccate sotto le unghie e al braccialetto di stoffa.

Le ferite inflitte non erano mortali, e se l’assassino avesse avuto pietà di quella bambina e non l’avesse abbandonata nel campo, da sola, di notte e al freddo, forse Yara si sarebbe potuta salvare.

La Cattaneo mostrerà in aula, quando si incardinerà il processo contro l’unico colpevole riconosciuto ad oggi, Massimo Bossetti, le foto dell’autopsia.

I giudici però faranno uscire tutti dall’aula a causa della crudeltà delle immagini e per preservare l’ultimo ricordo di Yara. Un gesto di pietà che l’omicida non ha avuto.

Le motivazioni della sentenza di primo grado a Bossetti

Le motivazioni della sentenza di primo grado, emessa il 1 luglio del 2016 e depositate il 27 settembre, presso la Corte d’assise di Bergamo, ricostruiscono ancor meglio la dinamica dei fatti.

La causa della morte’ si legge nella sentenza, ‘è intervenuta tra le ore ventidue del 26 novembre 2010 e le prime ore del giorno successivo, e deve essere ricondotta al concorso tra le plurime lesioni da taglio, da punta e taglio e di natura contusiva, tutte cagionate mentre la vittima era viva e nessuna di per sé mortale e che conclamano la volontà dell’agente di infliggere sofferenze non strettamente funzionali alla morte, che fonda la contestazione dell’aggravante delle sevizie, e lo stato di ipotermia derivante dall’abbandono del corpo all’aperto.

Lo stato di conservazione del cadavere non ha consentito di accertare la dinamica dell’azione omicida, in particolare sotto il profilo dell’ordine delle ferite, della direzione dei colpi e delle reciproche posizioni aggressore – vittima.

Nonostante non sia stato possibile accertare il luogo esatto, l’ora e la dinamica del prelevamento e del trasporto della vittima nel campo di Chignolo, la Corte ha ritenuto acclarato che la protratta azione lesiva e la morte siano avvenute in quel campo, da cui il cadavere non è mai stato spostato’.

La ricostruzione delle ultime ore di Yara Gambirasio

La sentenza di primo grado del tribunale di Bergamo ci consente di ricostruire, atti alla mano, le ore finali di Yara secondo tutti coloro che l’hanno vista viva per l’ultima volta.

Venerdì 26 novembre 2010 Yara esce di casa, alle 17.20, secondo la testimonianza della mamma Maura. Lo conferma la telecamera installata sull’abitazione dei vicini, che mostra una persona che esce dal cancello proprio alle 17.20.

La ragazzina arriva in palestra alle 17.30 e qui resta fino alle 18.40 circa. Silvia Brena ricorda di averla vista mentre seguiva l’allenamento delle bambine più piccole tra le 18.30 e le 18.35. Daniela Rossi afferma che Yara lascia la palestra alle 18.40.

La stessa cosa dice Laura Capelli, che afferma che Yara era rimasta al centro per un’ora e se n’era andata tra le 18.40 e le 18.45. Sara Canova, la sua compagna, dice che Yara aveva anche fretta perché doveva essere a casa per le 18.30.

Chi ha visto Yara per l’ultima volta?

Questo conferma anche la testimonianza di Fabrizio Francese, il patrigno di una compagna ginnasta di Yara, Ilaria Ravasio, che dichiara di averla vista uscire a passo spedito dalla palestra tra le 18.40 e le 18.45. Dice che Yara aveva già passato la deviazione verso il corridoio degli spogliatoi e stava andando verso la porta d’uscita che conduce al cortile esterno.

Francese non ricorda di aver sentito la porta sbattere, dettaglio sul quale la difesa cercherà di battere per sostenere l’ipotesi secondo la quale Yara non fosse effettivamente uscita.

Tuttavia questa ipotesi non sembra plausibile per gli inquirenti, anche perché Yara per tornare indietro una volta nei pressi della porta esterna avrebbe dovuto fare una deviazione brusca attirando l’attenzione di Francese.

Oltre tutto gli accertamenti eseguiti in palestra non mostreranno tracce di Yara negli spogliatoi. Sembra quindi che Yara avesse premura di tornare a casa, essendo già in ritardo.

Gli ultimi sms di Yara Gambirasio

Yara scambia i suoi ultimi SMS con la sua amica Martina Dolci. Martina le chiede a che ora dovessero presentarsi in palestra domenica, alle 18.25. Yara risponde alle 18.44, momento in cui verosimilmente stava uscendo dalla palestra o era appena uscita.

Purtroppo le telecamere della palestra non funzionano, e incredibilmente nessuna delle telecamere montate in paese sono d’aiuto. Sui nastri di quelle della vicina Banca di Credito Cooperativo di Sorisole, di quelle della ditta DGM Mori, di quelle della ditta Polynt e anche di quelle dell’area di servizio Shell, si vedono dei mezzi circolare, ma non la targa. I nastri delle telecamere municipali del Consorzio Isola Bergamasca sono sovrascritti.

Chi era Yara Gambirasio?

Si inizia così a indagare nella vita di Yara per cercare qualunque indizio che possa aiutare a ritrovarla. Niente di strano, Yara va volentieri a scuola, ha dei buoni voti, porta un apparecchio che controlla una volta al mese dal suo dentista e ama la ginnastica ritmica.

Ha poche amiche fidate, e dice di sé, come scrive in una lettera di presentazione a degli studenti tedeschi con i quali la sua classe era in contatto: ‘

‘Ciao a tutti sono Yara Gambirasio e frequento la terza media presso la scuola Maria Regina di Bergamo.

Ho tredici anni e sono una ragazza snella con occhi castani e capelli abbastanza lunghi, mossi e castani. Adoro vestirmi alla moda anche se i miei vestiti non lo sono. Il mio attore preferito è Johnny Depp, la mia cantante preferita Laura Pausini, il film Step Up. Adoro la pizza, le patatine e le caramelle. Il mio sogno è viaggiare’.

Nessun contatto nel computer, nel cellulare o nel diario che possa rivelare un segreto, il nome di qualcuno che non fa parte della famiglia.

Soprattutto, l’uscita di Yara per portare lo stereo in palestra non era assolutamente programmato. Nessuno sapeva che sarebbe andata lei, tanto è vero che dopo che l’insegnante si era lamentata del malfunzionamento dell’apparecchio del centro sportivo, era stata Keba, la sorella di Yara, a proporsi per portarlo. Yara non aveva detto a nessuno che sarebbe andata lei in sostituzione della sorella, e non aveva telefonato a nessuno prima di uscire per concordare un appuntamento. Nessuno quindi l’aspettava.

È a quel punto che inizia la più grande indagine genetica della storia d’Italia.

Yara Gambirasio e il DNA: arriva IGNOTO 1

Il caso di Yara Gambirasio è passato alla cronaca come la più grande indagine genetica mai compiuta in Italia. Come vedremo in seguito si sono sempre sollevati molti dubbi sulle risultanze trovate in questo senso, ma andiamo con ordine.

L’unica traccia da cui gli investigatori potevano concretamente partire, una volta rinvenuto il corpo di Yara, erano proprio il corpo e gli indumenti e quello che ancora conservavano. In particolare, nella tasca destra del giubbotto si trovavano un paio di guanti grigi, una batteria del cellulare, due chiavi e un ciondolo, oltre che un lettore Mp3 e una scheda SIM che conteneva 68 numeri in memoria.

I reperti della scena del crimine a Chignolo d’Isola

Attorno al corpo si repertavano dei pezzi di plastica, un asciugamano, una salvietta, oltre che un slip da uomo e delle fascette metalliche. Doverosamente gli operatori di polizia prelevarono tutto quello che poteva essere rilevante per le indagini o per rinvenire tracce biologiche, e come si legge nella sentenza di primo grado si raccolsero quindi anche due biglietti del parcheggio dell’aeroporto oltre a due carte d’imbarco datate 9 e 21 febbraio 2011 e a una roncola.

Tutti i dipendenti o i fornitori delle ditte che si affacciavano su via Bedeschi, adiacente a quel campo, si attenzionarano e controllarono, partendo dall’ipotesi che l’assassino doveva conoscere bene quel campo, altrimenti inaccessibile e non visibile se non a poche metri di distanza dal luogo del ritrovamento di Yara. Si ascoltarono tutti, ben 777, a cui fu anche prelevato un campione di saliva, senza esito.

Nessun esito nemmeno dalle impronte latenti ritrovate sulla batteria del telefono e sull’MP3. Dalla salvietta, sporca di sangue, e dai guanti di Yara si estrapolarono tre profili genetici, due maschili e uno femminile.

Li si definì Uomo 1, Uomo 2 e Donna 1. Si confrontarono quindi questi profili con i profili dei famigliari di Yara oltre che con quelli contenuti nelle banche dati della polizia. In tutto, tra Polizia Scientifica e RIS,si raccolsero ed esaminarono ben 5.700 campioni salivari, dai quali però non si ottenne alcun riscontro positivo.

I tamponi fatti su Yara Gambirasio

Si effettuarono quindi 17 tamponi sul corpo di Yara, su cui si trovò però solo il profilo genotipico della ragazzina. Sulla manica del giubbotto si isolò, il 2 aprile del 2011, un profilo genotipico misto, sovrapponibile con quello di Silvia Brena, l’istruttrice di ginnastica ritmica. Si sottoposero la Brena e i suoi famigliari a intercettazione e indagine per verificare se potessero emergere dei sospetti a loro carico nella vicenda, oltre a stabilire dove si trovassero la sera del 26 novembre 2010.

La Corte stabilirà che la Brena era estranea ai fatti e che la presenza del suo profilo genetico sulla manica del giubbotto di Yara era compatibile con il fatto che le due si conoscevano.

Fermo restando che la donna è uscita quindi dalle indagini, partire dall’assunto che Yara non conoscesse il suo assassino, non è forse un pregiudizio che non ha permesso agli inquirenti di esplorare tutte le tracce? Convincersi che vittima e omicida non si erano mai visti prima, non potrebbe aver escluso dal campo investigativo piste che potevano coinvolgere invece soggetti che Yara conosceva? L’effetto tunnel vision, in questi casi, è sempre in agguato, cioè il procedere su un’ipotesi investigativa a priori senza considerarne altre.

Il R.I.S. di Parma trova il DNA di IGNOTO 1

Sta di fatto che nel maggio del 2011, il R.I.S. di Parma comunicò che sul campione numero 31, proveniente dagli slip di Yara, aveva estratto un profilo genetico in un punto molto più significativo della manica del giubbotto, che apparteneva a un uomo. Era entrato nelle indagini IGNOTO 1.

Quel profilo non apparteneva a nessun soggetto conosciuto, così, si legge nella sentenza, si impiegarono studi effettuati negli Stati Uniti, va detto sperimentali, per estrapolare da quella traccia informazioni di tipo genotipico e somatico.

Cioè per capire in parole semplici come potesse essere fatto l’assassino e da quale zona potesse provenire. Un’indagine forse azzardata, eccessiva fiducia nella scienza, studi ancora in fase sperimentale. Non si può, anche in questo caso, obiettare che pure gli stessi risultati sarebbero stati solo sperimentali, cioè non certi oltre ogni ragionevole dubbio?

La più grande indagine genetica della storia su IGNOTO 1

Ad esempio, un primo studio, che non si era mai condotto sul DNA prima d’allora, suggerì (suggerì, non dimostrò) che IGNOTO 1 poteva avere gli occhi azzurri o anche verdi o anche grigi con una probabilità del 94,5%oppure marroni ma con una probabilità dell’1,1%.

Poteva però avere anche gli occhi di un colore intermedio, e in questo caso le probabilità erano del 4,5%. Un secondo studio si concentrò sul DNA mitocondriale, su cui torneremo in seguito, e indicò, sempre a livello sperimentale, che il soggetto poteva venire dall’Europa o dall’Asia.

Ora, quanto possono essere attendibili questi studi? È corretto, da un punto di vista giudiziario e investigativo, tracciare un identikit del genere e poi, solo in seguito, cercare qualcuno che corrisponde a quell’identikit? Un uomo europeo ma anche asiatico con gli occhi chiari ma anche scuri oppure misti?

Massimo Bossetti è IGNOTO 1?

Un elemento più concreto a disposizione degli inquirenti è la presenza di ossido di calcio sul corpo di Yara, cosa che la collocherebbe a un certo momento tra il rapimento e la morte presso il cantiere edile di Mapello, come indicato anche dalla cella agganciata dal suo cellulare prima della perdita del segnale. O meglio, per essere più corretti, la colloca probabilmente presso un cantiere, o in contatto con qualcuno che ha addosso particelle di calcio, non potendo sapere con certezza se Yara sia stata in quel cantiere specifico, dato che di lei i cani non avevano trovato tracce.

I lavoratori di ditte edili, solo a Bergamo, ammontano però a circa 17.000. Le indagini così incrociano questi dati con quelle dei telefoni cellulari che avevano agganciato le celle di interesse.

Un’indagine senza precedenti, con approfondimenti sui 777 dipendenti delle ditte di Chignolo d’Isola, sui 31.000 soci della discoteca Le Sabbie Mobili di Chignolo d’Isola, con prelievo salivare di 3.400 frequentatori del centro sportivo di Brembate, oltre che i lavoratori del cantiere di Mapello.

Sono 476 le persone che risultano d’interesse investigativo, residenti a Brembate Sopra. Di questi, 146 avevano agganciato con i loro telefoni le celle in questione. A tutti si fece il tampone salivare, ma senza esito. A questo punto il colpo di scena. Nel luglio del 2011 la Polizia Scientifica effettua il tampone a un uomo di nome Damiano Guerinoni, socio della discoteca Le Sabbie Mobili, che ha però un alibi di ferro, trovandosi in Perù al momento della scomparsa di Yara.

Come si è arrivati a Massimo Bossetti?

Perché allora il suo tampone desta tanto interesse? Perché, quando nell’ottobre del 2011 la Polizia estrapola il DNA, l’aplotipo del cromosoma Y combacia con quello della traccia estratta dal RIS. L’aplotipo Y è anche detto ‘test della discendenza paterna’ e serve per confermare un rapporto di parentela con altri maschi. Come detto però Damiano era in Perù all’epoca dei fatti, e ulteriori analisi accertano che non è lui IGNOTO 1, e non sarebbe nemmeno un suo parente in linea retta. Come interpretare questi dati?

Si scopre che la madre di Damiano, Aurora Zanni, aveva lavorato come collaboratrice domestica proprio per i Gambirasio, mentre il padre Sergio era morto da anni. Nessuna delle intercettazioni a carico di Damiano e di sua sorella Tania danno però riscontri. L’aplotipo del cromosoma Y però si trasmette uguale ad ogni generazione, e tutti i maschi che discendono da un unico capostipite lo posseggono. Così si risale proprio al capostipite Battista Guerinoni, con analisi e prelievo salivare di tutti i suoi discendenti maschi vivi.

Yara Gambirasio: entra nell’indagine Giuseppe Benedetto Guerinoni

Uno di questi, Pierpaolo Guerinoni, presenta un profilo di DNA nucleare quasi identico a IGNOTO 1, anche se non perfettamente sovrapponibile. Nemmeno in questo caso però le intercettazioni telefoniche danno riscontro. L’ipotesi a questo punto è che Pierpaolo, figlio di Giuseppe Benedetto, morto anni prima, abbia un fratello, un figlio illegittimo di Giuseppe Benedetto Guerinoni.

Anche in questo caso ci si affida al calcolo della probabilità. Il professor Emiliano Giardina dell’Università di Tor Vergata effettua dei calcoli biostatistici arrivando a dire che IGNOTO 1 potrebbe essere fratello di Pierpaolo in linea diretta con una percentuale dell’87,39%.

Viene così, e non è un film di fantascienza, anche se le conseguenze di questi esperimenti hanno portato in carcere a vita Bossetti, ricostruito in laboratorio il DNA di Giuseppe Benedetto, deceduto, partendo dal DNA del fratello, della sorella e della madre di Pierpaolo.

A questo punto si afferma che con una probabilità del 99,87% Giuseppe Benedetto è il padre di IGNOTO 1. Si arriva anche a riesumare il suo cadavere, facendo salire la percentuale al 99,99%. Ma chi è questo figlio illegittimo?

Yara Gambirasio: Ester Arzuffi è il tramite con Massimo Bossetti

Per trovarlo parte un’indagine sulla vita e le frequentazioni di Giuseppe Benedetto, concentrandosi sulle donne che, in età fertile e coetanee di Giuseppe, potevano averlo frequentato. Si arriva così a Ester Arzuffi, che per tre anni aveva vissuto nello stesso comune di Giuseppe, a Parre, e che poi si era trasferita proprio a Brembate Sopra.

Il suo tampone salivare si preleva il 17 luglio 2012, poi inviato al professor Giardina per il confronto con il profilo mitocondriale estratto dal R.I.S. Non arriva alcun riscontro, né da Giardina né dal R.I.S. e quindi la famiglia di Yara incarica un suo consulente, il dottor Previderè, a sollecitare l’analisi delle formazioni pilifere trovate su Yara. È a questo punto che si scopre un errore clamoroso. Peli e capelli, senza bulbo, possono essere confrontati solo con il profilo mitocondriale, ma quando questo confronto viene eseguito (su sollecitazione della famiglia) il dottor Previderè si accorge che Giardina sta sbagliando, usando il profilo mitocondriale non di IGNOTO 1, ma di Yara. Sta quindi confrontando le tracce delle potenziali amanti di Giuseppe Benedetto Guerinoni con quelle di Yara.

I primi errori dei consulenti nel caso Gambirasio

Nonostante questa gaffe, le indagini continuano, e si fanno i dovuti aggiustamenti. Non è lecito però chiedersi almeno come siano state fatte queste indagini?

Ripartendo dai campioni corretti, si arriva a stabilire che il DNA nucleare di Ester Arzuffi e quello di Giuseppe Benedetto Guerinoni concorrono a formare quello di un figlio, appunto IGNOTO 1.

Così si arriva ai figli di Ester, Fabio e Massimo Giuseppe. L’attenzione si concentra su Massimo Bossetti perché nato all’incirca all’epoca del trasferimento della madre a Brembate Sopra. Il 15 giugno del 2014 Massimo Giuseppe Bossetti viene fermato con una scusa e sottoposto all’alcoltest al fine di acquisire il suo DNA dalla saliva rimasta sul boccaglio.

Per gli inquirenti, dopo le analisi genetiche, è lui IGNOTO 1.

La difesa di Bossetti, al processo, contesterà l’acquisizione di questo reperto, sostenendo che Bossetti stava per essere sottoposto a un test che avrebbe potuto incriminarlo, e che doveva quindi essere avvisato di questo e del suo diritto di farsi assistere da un legale.

Secondo la Corte però, non essendoci ancora un’iscrizione sul registro degli indagati per lui, quello era solo un normale controllo, un accertamento urgente. L’iscrizione però arrivò il giorno dopo.

Le prove contro Massimo Bossetti: il giallo del furgone

Massimo Giuseppe Bossetti, nato a Clusone vicino Bergamo il 28 ottobre 1970, muratore incensurato di 44 anni, viene arrestato il 16 giugno del 2014.

Sarebbe lui IGNOTO 1. C’è solo questo indizio, tra l’altro desunto da studi sperimentali, che lo porterebbe sul luogo del delitto?

Secondo l’accusa no.

Secondo le riprese delle telecamere della strada in cui si trova la palestra, il furgone bianco di Bossetti sarebbe passato più volte davanti al centro sportivo. Lo conferma il R.I.S., che ha elaborato le immagini che saranno mostrate in aula.

Ma qui arriva un altro elemento sconcertante.

Durante il processo di primo grado, il consulente della difesa Ezio Denti contesterà l’estrapolazione di quelle immagini, affermando che non solo non sarebbero state rispettate le linee guida indicate dallo stesso R.I.S., ma che secondo una sua ricerca altri furgoni simili sarebbero passati nello stesso momento davanti a quel centro. In definitiva, come si fa ad affermare che quello che si vedeva nei filmati era sempre lo stesso furgone, e soprattutto era quello di Bossetti?

Per accertarlo si sarebbe dovuto far passare quel furgone nello stesso modo, nello stesso orario, per poi verificare la similitudine delle immagini.

Yara Gambirasio: il filmato del furgone creato dal R.I.S.

È qui che il R.I.S. ‘confessa’.

Il furgone si vede passare per circa 15 volte davanti alla palestra, segno di un’intenzione predatoria, come se l’imputato avesse monitorato la sua preda prima di colpire. Il filmato in questione tra l’altro viene mostrato mesi prima dell’inizio del processo, e questo non può che influenzare il giudizio in aula. Bossetti era lo squalo che aspettava Yara.

Nel corso del processo però il comandante del R.I.S. ammette che quel filmato non è agli atti, come dovrebbe essere, perché non esiste. È frutto di un confezionamento ad hoc per la stampa, ma non è reale. Delle 5 telecamere montate in strada, solo una riprenderebbe il furgone in questione, o almeno solo una rimanda immagini abbastanza nitide da permettere l’identificazione del colore, della marca e del modello.

Ma Bossetti è l’unico ad avere un furgone di quel tipo che è passato quel giorno davanti al centro sportivo? No.

Quindi non è vero che il furgone è stato identificato da 5 telecamere, e che è passato più e più volte avanti e indietro. Su quel furgone peraltro, e sulla sua auto, non furono trovate tracce di Yara.

Il R.I.S. confessa il confezionamento del filmato sul furgone di Bossetti

Claudio Salvagni, avvocato della difesa, chiederà al colonnello Giampietro Lago, il comandante del R.I.S. di Parma, perché allora sia stato diffuso quel filmato taroccato.

La risposta di Lago lascerà tutti sgomenti: c’erano forti pressioni mediatiche, esigenze di comunicazione, per questo è stato confezionato il filmato in accordo con la procura.

C’è grande indignazione intorno a questo evento. Cesare Giuzzi, presidente del Gruppo Cronisti Lombardi, scrive una lettera aperta al procuratore capo di Bergamo in cui chiede perché la Procura e i Carabinieri, che sono istituzioni pubbliche e non private, manipolino i media per ‘fare pressione a favore della propria tesi propinando falsi all’opinione pubblica che non hanno valore processuale”.

Eppure, nonostante questa ammissione, che forse in un giusto processo avrebbe invalidato l’elemento probatorio, anche questa sarà una prova a carico.

La difesa di Massimo Bossetti e il DNA mitocondriale

Altro punto molto controverso è quello relativo al DNA di IGNOTO 1. Anche la difesa concorderà, al processo, che vi è riscontro tra il profilo nucleare di IGNOTO 1 e il profilo nucleare di Bossetti. Quello che però contesterà è l’affidabilità e quindi l’utilizzabilità del profilo di IGNOTO 1.

Il motivo è che, come chiariranno tutti i consulenti incaricati, il DNA mitocondriale trovato su Yara, a differenza di quello nucleare, non può essere usato per l’identificazione, perché non trova un soggetto specifico, bensì tutta la sua linea per parte di madre. I mitocondri infatti, in cui si trova quel tipo di DNA, non esistono negli spermatozoi maschili, e quindi vengono trasmessi solo dalla madre.

Perché il test mitocondriale non è attendibile?

Secondo uno studio del 2018 tuttavia, condotto al Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, esisterebbero delle persone, circa una su 5.000, che potrebbero ereditare i mitocondri da entrambi i genitori, cosa ritenuta impossibile. Questa è un’altra storia, ma il punto è: quanto è affidabile il DNA mitocondriale per ‘incastrare’ un sospettato?

Secondo l’accusa non ci sono dubbi, non ce ne devono essere, perché serve il mostro. Per la difesa invece, nessuna affidabilità.

Tanto è vero che in genetica forense quel test non si fa mai, a meno che non sia l’unica traccia disponibile.

Bene, ripetiamo il test, ha sempre chiesto Bossetti tramite i suoi legali. Sono qui, sono disponibile, quindi fatemi vedere come è stato effettuato quel test controverso e fatemene un altro prelevando il DNA nucleare. Un uomo che si professa innocente non si sottoporrebbe spontaneamente a un test che potrebbe incastrarlo, giusto?

E allo stesso tempo se è disponibile un DNA nucleare che sarebbe molto più affidabile, è ovvio effettuare nuovamente un test. Quando si ha a disposizione un DNA nucleare, quello mitocondriale non serve a nulla. Oltre tutto, nei pochi casi in cui si impiega quello mitocondriale, si sconsiglia fortemente di impiegarlo su tracce miste, come invece è avvenuto nel caso di Bossetti.

La Corte non tiene conto di tutto questo.

La Corte nega a Bossetti di ripetere i test genetici

Eppure, alla difesa non è stato mai permesso di analizzare quel campione che ha portato all’ergastolo Bossetti. No alla richiesta di replicare l’analisi, no alla disponibilità a sottoporsi a un altro test.

Sul corpo di Yara furono rinvenuti altri 11 campioni di DNA, nessuno riconducibile né a Yara né a Bossetti. Erano tutti completi, a differenza di quello di IGNOTO 1 .

Eppure, non sono state fatte indagini per cercare di attribuire quei DNA a qualcun altro.

Bossetti, e non è questa la sede per contestare una sentenza passata in giudicato per tre gradi di giudizio, sarà anche colpevole per la legge. Ma per il diritto, che tipo di processo è stato il suo?

I processi a Massimo Bossetti

Il processo di primo grado comincia il 3 luglio del 2015.

La moglie gli fornirà un alibi, affermando che Massimo si trovava con lei la sera della scomparsa di Yara.

Bossetti dirà che il suo sangue poteva essere finito sui suoi attrezzi a causa dell’epistassi di cui soffriva, e che gli attrezzi gli erano stati rubati, potendo quindi contaminare la scena del crimine.

Le prove a suo carico sono il DNA contestato, il filmato delle telecamere falsato, l’aggancio delle celle, anche se il movente non è mai stato chiarito.

Il processo lo porta alla sentenza dell’ergastolo il 1 luglio dell’anno dopo, nel 2016.

Il 30 giugno del 2017 comincerà il processo di Appello, e al termine del dibattimento, il 14 luglio del 2017, i difensori di Massimo Bossetti diranno: ‘Noi siamo disponibili a metterci la faccia e Bossetti ci metterà il suo sangue, ma dateci questi accertamenti in contraddittorio per comparare il Dna dell’imputato con la traccia genetica trovata sul cadavere’.

Ma anche questa volta questo diritto viene negato. Il 18 luglio del 2017 la Corte d’Appello di Brescia conferma l’ergastolo. Ergastolo confermato dalla Cassazione il 12 ottobre del 2018.

Massimo Bossetti oggi e i reperti spariti

Massimo Giuseppe Bossetti sta attualmente scontando la pena dell’ergastolo. Da tempo ormai chiede, tramite i suoi legali, di poter visionare le tracce che lo hanno incastrato e di essere sottoposto al test del DNA. Entrambe le richieste sono state sempre, inspiegabilmente, respinte.

Il punto è che quando si effettuarono le analisi sul DNA di IGNOTO 1 Bossetti non era ancora indagato né si conosceva il suo nome. Formalmente all’epoca dei fatti i suoi consulenti quindi non potevano partecipare alle operazioni peritali proprio perché non c’era ancora nessun indagato. Quello che però chiede la difesa da sempre è di poter svolgere nuovamente quelle analisi, oggi.

Accolta la richiesta di nuove analisi sui reperti

Nel 2019, arriva la svolta, la speranza. Si potrebbe andare verso la revisione del processo. Il presidente della prima sezione penale del tribunale di Bergamo, Giovanni Petillo, in qualità di presidente della Corte di Assise di Bergamo respinge inizialmente la richiesta fatta dalla difesa di Bossetti di poter riesaminare i reperti.

Lo stesso tribunale di Bergamo invece, oggetto di un ricorso, lo accoglie e autorizza nuove analisi.

A quel punto ci si attiva e si viene a sapere che i reperti sono conservati presso il San Raffaele di Milano. È necessario trasferirli in Procura, e nello specifico all’Ufficio corpi di reato. In quello spostamento però si commettono degli errori di conservazione e, incredibilmente, i reperti vengono danneggiati. Non sarebbero più utilizzabili.

Così Claudio Salvagni, avvocato di Bossetti, sporge denuncia per frode processuale e depistaggio.

Yara Gambirasio: l’indagine della Procura di Venezia sui reperti distrutti

A essere indagato per primo è il presidente del Tribunale che respinse la richiesta di nuovi accertamenti, mentre come seconda persona coinvolta vi è Laura Epis, funzionaria responsabile dell’Ufficio corpi di reato.

Parte così l’inchiesta della Procura della Repubblica di Venezia, per accertare dinamica e responsabilità di questo inaccettabile fatto. In particolare si deve accertare se nel trasferimento dal San Raffaele all’Ufficio corpi di reato l’interruzione della catena del freddo abbia realmente distrutto in via definitiva i reperti genetici o se vi sia ancora qualcosa da analizzare.

La Procura di Venezia, nell’aprile del 2022, ha chiesto però l’archiviazione per la denuncia contro i due indagati, richiesta alla quale la difesa di Bossetti si è opposta.

La prossima data utile per la discussione in merito alla distruzione dei reperti sarà il 16 novembre 2022.

Resta il fatto che se si fosse permesso subito alla difesa di accedervi e se si fosse ripetuto il test su Bossetti, si sarebbe potuta magari mettere la definitiva parola fine su uno dei casi più brutti della storia italiana recente.

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