Neurocriminologia: la neuroscienza del crimine

Neurocriminologia: la neuroscienza del crimine

Si parla sempre più spesso di neurocriminologia, la neuroscienza del crimine.

Di cosa si tratta, e che apporto offre allo studio della devianza e del comportamento violento?

Neurocriminologia e neuroscienza applicata al crimine

La ricerca recente si concentra sui correlati biologici del comportamento antisociale.

Esplora quindi quelli che sono gli studi genetici, di neuroimaging e di neuropsicologia nella popolazione criminale con tendenze antisociali. in particolare ci si concentra sulla teorizzazione di questi studi all’interno del cosiddetto Modello Bio-Psico-Sociale.

Tale modello ipotizza che alla base del comportamento deviante vi sia un insieme multidimensionale in interrelazione di fattori:

  • biologici: quindi afferenti alla genetica e alla neuroanatomofisiologia;
  • psicologici: relativi ai tratti di personalità e ai disturbi mentali;
  • sociali: quindi riferiti all’ambiente e al suo impatto.

L’attenzione è verso le interazioni gene-ambiente nella produzione del comportamento antisociale.

Il modello biopsicosociale di George Engel

Nel 1977, George Engel scrisse un saggio su Science nel quale proponeva un modello che, applicato alla psichiatria, teneva conto degli aspetti biologici, psicologici e sociali del paziente, andando oltre il riduzionismo che imperava nella medicina.

Ora, spesso la criminologia propende per le teorie sociali del crimine, e quindi analizzare le evidenze desunte dalla neuroscienza è importante per approfondire le conoscenze della neurocriminologia.

I correlati neurologici del crimine

Diversi studi indicano che vi sarebbe una predisposizione ereditaria al comportamento criminale.

Il fenotipo comportamentale dei criminali (cioè l’insieme delle manifestazioni e degli agiti) è peculiare e si distingue da quello che caratterizza i non criminali.

Allo stesso modo viene indicato che anche i fenotipi biologici sarebbero diversi.

Vi sarebbero infatti aree cerebrali che svolgono processi cognitivi rilevanti per la delinquenza criminale. Tali aree si distinguono nei soggetti antisociali sia per la struttura (quindi a livello anatomico) sia per la funzionalità.

L’ambiente, nel modello biopsicosociale, svolgerebbe una funzione di mediazione tra gli eventi e i fattori di rischio biologici per produrre la delinquenza criminale.

Cosa studia la neurocriminologia

La neurocriminologia usa le scoperte della neuroscienza declinandole allo studio delle cause del crimine. Allo stesso tempo cerca di prevenire e trattare il comportamento criminale e le sue conseguenze.

Una citazione va fatta a Cesare Lombroso, ritenuto il pioniere della neurocriminologia. Sebbene superate, le sue teorie richiedono di essere conosciute.

Le aree di interesse della neurocriminologia sono 3 in particolare:

  • usare le evidenze degli studi per l’analisi del rischio, quindi per prevedere futuri comportamenti criminali;
  • influenzare le percezioni sulle pene in tema di comportamento criminale;
  • sviluppare metodi più efficaci per trattare i comportamenti criminali e antisociali.

Del resto la criminalità rappresenta un importante problema sociosanitario e giudiziario, e tutto quello che può aiutare a trattarla e potenzialmente a prevenirla è interesse della comunità.

La neuroscienza nel diritto penale

Grazie alle evidenze che suggeriscono come il comportamento criminale abbia una base neurobiologica, è cresciuta l’attenzione per l’applicazione della neuroscienza al diritto penale. Le domande sono:

  • come usare queste conoscenze per prevedere il comportamento criminale e tutelare la comunità?
  • quali sono le implicazioni per le punizioni dei criminali?

Neuroimaging nella neurocriminologia

L’applicazione delle tecniche di neuroimaging si rivela fondamentale per la ricerca in neurocriminologia. Si tratta di sistemi che consentono di misurare i cambiamenti nel cervello prodotti dall’ambiente, dall’apprendimento e dal rinforzo, dall’invecchiamento e dallo sviluppo, nonché da lesioni e malattie.

Esistono infatti strette relazioni tra struttura cerebrale, funzione cerebrale e comportamento.

La neurocriminologia nella psichiatria forense

La psichiatria forense si ripropone di comprendere il comportamento criminale fin dalla sua origine e poi nel suo mantenimento, con lo scopo di trattarlo e interromperlo.

La neurocriminologia si dimostra quindi utile per tale disciplina, nel momento in cui offre spunti di conoscenza sui meccanismi eziologici alla base del comportamento antisociale.

Le aree identificate come implicate nel circuito della devianza sono:

  • le regioni frontali;
  • temporali;
  • sottocorticali.

Nella figura sottostante si può osservare una mappa delle lesioni associate ai comportamenti criminali.

Lesioni corticali e comportamento deviante

Darby e colleghi hanno usato le tecniche di neuroimaging per mappare le lesioni al cervello in un campione di N=17 criminali antisociali arrestati per:

  • furto;
  • frode;
  • stupro;
  • aggressione;
  • omicidio.

Sono state trovate le seguenti lesioni:

  • 9 nella struttura mediale frontale o orbitofrontale;
  • 3 nel lobo temporale mediale / amigdala;
  • 3 nel lobo temporale anteriore;
  • 1 nella corteccia prefrontale dorsomediale;
  • 1 nello striato ventrale e in alcune parti della corteccia orbitofrontale.

Questi studi sono importanti perché si osserva che pazienti prima normali e rispettosi della legge iniziano a delinquere dopo queste lesioni. I punti critici che vanno ancora esplorati sono:

  • determinare la relazione temporale in termini di causa effetto tra la lesione e l’insorgenza del comportamento criminale;
  • capire quali anomalie in diverse regioni del cervello siano associate al comportamento criminale;
  • quantificare tali anomalie in ciascun individuo.

Sembra però allo stato attuale che non sia una singola regione cerebrale specifica a causare la devianza se compromessa, quanto una rete cerebrale complessa.

Neurocriminologia: la rete cerebrale della moralità è compromessa

Lesioni in più aree cerebrali diverse si associano a comportamenti criminali.

Il punto è che queste lesioni riguardano aree che afferiscono a un’unica struttura cerebrale che è a sua volta implicata nel processo decisionale morale. Inoltre, appare come la connettività a reti cerebrali di tipo “concorrente” possa predire le decisioni morali anomale che si riscontrano nei soggetti devianti.

Da qui l’ipotesi che alcune lesioni cerebrali ma non altre sarebbero coinvolte nella predisposizione al comportamento criminale.

Fonti utilizzate

Anderson, N. E. (2021). Neurocriminology: Brain‐Based Perspectives on Antisocial Behavior. The Encyclopedia of Research Methods in Criminology and Criminal Justice2, 633-641.

Berryessa, C. M., & Raine, A. (2018). Neurocriminology. In The Routledge Companion to Criminological Theory and Concepts (pp. 78-82). Routledge.

Darby, R. R. (2018). Neuroimaging abnormalities in neurological patients with criminal behavior. Current neurology and neuroscience reports18, 1-7.

Darby, R. R., Horn, A., Cushman, F., & Fox, M. D. (2018). Lesion network localization of criminal behavior. Proceedings of the National Academy of Sciences115(3), 601-606.

Glenn, A. L., & Raine, A. (2014). Neurocriminology: implications for the punishment, prediction and prevention of criminal behaviour. Nature Reviews Neuroscience15(1), 54-63.

Nordstrom, B. R., Gao, Y., Glenn, A. L., Peskin, M., Rudo-Hutt, A. S., Schug, R. A., … & Raine, A. (2011). Neurocriminology. Advances in genetics75, 255-283.

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