Daniela Cecchin e Rossana D’Aniello: studio del caso con VIDEO

Daniela Cecchin e Rossana D’Aniello: studio del caso con VIDEO

Nome: Daniela Cecchin

Data di nascita: 1956

Data di morte: Ancora in vita

Stato: libera

Segni particolari: Omicida e Stalker

L’omicidio di Rossana D’Aniello

Alle 13.30 circa di sabato 8 novembre 2003, Paolo Botteri, farmacista titolare dell’esercizio di via Condotta a Firenze, proprio nei pressi di Palazzo Vecchio, sta tornando nella sua abitazione di via della Scala, dove ad attenderlo doveva esserci sua moglie, Rossana D’Aniello, 46 anni dipendente della Banca Toscana e madre delle sue due figlie.

Quando Botteri apre la porta di casa non può immaginare quello che avrebbe trovato: Rossana è riversa a faccia in giù sul pavimento in una pozza di sangue. Paolo si sente male e non ce la fa a girarla.

Chiama subito i soccorsi e quando il medico arriva nell’abitazione e volta Rossana, si accorge di una profonda coltellata alla coltellata. Una sola, letale. Rossana giaceva così fin dal mattino, dalle 9, ricostruirà il medico legale.

Proprio alle 9 di quel mattino, riferirà uno dei suoi vicini, si erano sentite delle grida, ma come spesso accade nessuno era intervenuto per verificare cosa stesse accadendo, e nessuno aveva chiamato la polizia per dare l’allarme.

Così, Rossana, era rimasta sola fino all’arrivo, ormai inutile, di suo marito.

Quando infine le forze dell’ordine arrivano in via della Scala la scena si presenta, per usare le parole del pubblico ministero titolare dell’indagine Pietro Suchan, come una mattanza.

Suchan, che tra l’altro è parente di Rossana, assieme alla squadra mobile di Firenze guidata dal dottor Gianfranco Bemabei e alla scientifica, comincia subito a indagare su un delitto inquietante e apparentemente senza movente, che fa ripiombare l’Italia nell’incubo del Mostro.

La scena del crimine

Il sopralluogo immediato in casa di Rossana parte dalla constatazione che non vi sarebbero tracce evidenti di colluttazione.

Rossana quindi, forse, conosceva il suo assassino o ha comunque aperto la porta a qualcuno di cui si fidava o che non riteneva minaccioso.

Il fatto che il cadavere di Rossana sia rinvenuto a poca distanza, un paio di metri al massimo, dalla porta e che nell’appartamento non sembri mancare nulla, fa scartare fin da subito l’ipotesi della rapina e fa propendere per quello dell’esecuzione.

Rossana era riversa all’ingresso della camera da letto, con la testa rivolta verso l’interno, segno che apparentemente aveva cercato di scappare all’interno della casa nel momento in cui si era resa conto di quello che stava per succedere.

Inoltre, come stabilirà l’Istituto di Medicina Legale, sulle sue ginocchia sono presenti sbucciature e sulle sue mani si notano ferite da armi da taglio.

Rossana, braccata, aveva cercato di difendersi, scappando all’interno della casa, poi cadendo a terra e infine cercando, come avviene sempre d’istinto in questi casi, di proteggersi con le mani. Inutilmente.

In casa però, nonostante il sangue copioso, non si rinviene l’arma del delitto. L’assassino si sarebbe anche premurato di richiudere accuratamente la porta alle sue spalle dopo la mattanza, porta che non presenta tra l’altro segni di effrazione. Rossana ha fatto entrare in casa un mostro.

Non vi è, all’apparenza. nessun’altra traccia di sangue in casa oltre che sul corpo di Rossana, presa probabilmente alla sprovvista.

Il mostro ha suonato, è entrato, l’ha quasi decapitata con un’arma da taglio, e senza preoccuparsi di cancellare eventuali tracce, se n’è poi andato chiudendosi la porta alle spalle.

Un errore imprevisto

Tuttavia il mostro, nella fretta o nell’incoscienza di andarsene, ha commesso un errore.

Il noto principio di Locard sostiene che se un individuo entra in contatto con un altro individuo e con un ambiente, vi sarà tra essi uno scambio, e l’individuo porterà con sé qualcosa lasciando qualcosa di sé.

Il mostro aveva infatti lasciato i propri abiti sporchi di sangue in casa per portare via con sé qualcosa che si rivelerà poi essere un elemento psicologico importante: il giaccone del marito di Rossana. Probabilmente lo ha fatto solo per non lasciare quella casa imbrattato del sangue di Rossana, pensano gli investigatori.

Quel giorno il mostro lascia anche qualcos’altro di sé, il proprio sangue. Evidentemente si era ferito durante l’accoltellamento.

Le prime indagini

Quel sangue lasciato in casa di Rossana è la prima traccia che gli inquirenti si trovano a disposizione dopo il sopralluogo sulla scena del crimine.

Non sempre però quando si rinvengono tracce ematiche sulla scena di un crimine questo coincide con la risoluzione di un caso. Potrebbe essercene poco e inutilizzabile oppure, se il colpevole non è già schedato, potrebbe fornire un DNA ma nessuna identità.

Invece, quelle tracce di sangue di cui il mostro, forse, non si era nemmeno accorto, risultano essere la prima tessera di un domino che inizia a cadere.

La prima scoperta, forse ancora più inquietante che gli inquirenti fanno è che quel DNA appartiene a una donna. Tutto appare ancora più sconcertante.

Non c’è stato furto, l’omicidio mostra una ferocia che fa quasi pensare a un’esecuzione e quindi alla forza di un uomo, e poi il DNA che dice invece che a commettere quel terribile delitto è stata una donna di cui però si ignora l’identità. Quindi, non c’è un movente.

Almeno fino a quando Paolo, il marito di Rossana, non rivela un altro dettaglio che si mostrerà come la chiave di volta per catturare il mostro.

‘Ricevevamo telefonate mute, continuamente, a qualunque ora’. I tabulati telefonici vengono così analizzati, e ciò che colpisce immediatamente l’attenzione degli inquirenti è un numero, sempre lo stesso, riconducibile a una cabina pubblica e a una tessera prepagata.

Si pensa però a un altro buco nell’acqua. Chiunque avrebbe potuto chiamare da quella cabina con una scheda anonima.

Un altro errore fatale

Tuttavia, ancora una volta il mostro o, adesso lo si sa, l’assassina, ha commesso un altro fatale errore. Da quella cabina, con la stessa tessera, l’assassina ha chiamato qualcun altro. Una donna anziana, che rivela il nome della donna con cui ha parlato: “È mia figlia”, dice “Daniela Cecchin”.

Gli investigatori hanno adesso in mano il nome del mostro, ma la domanda alla quale dare risposta resta ancora perché?

Poteva non sapere quella donna che sarebbe stato trovato il suo sangue in casa?

Poteva non immaginare che usare quella stessa tessera per fare telefonate mute e chiamare la propria madre l’avrebbe tradita?

Leggerezza? Incoscienza? Voglia di essere trovata o disinteresse circa il proprio destino?

A svelarlo sarà proprio lei, arrestata subito dopo.

L’arresto e la confessione

Il 14 novembre, dopo 6 giorni dal delitto, la squadra mobile di Firenze ferma, in piazza delle Cure, Daniela Cecchin. Ha ancora nella borsa l’arma del delitto, un grosso coltello di circa 30 centimetri con il quale si era ferita sgozzando Rossana.

Chi fosse abituato a credere che far confessare un omicida sia un’impresa difficile, in questo caso dovrà ricredersi. Spesso, anche davanti alle prove più evidenti, gli assassini negano, o fingono di essere insani di mente.

Invece Daniela, alla domanda perché lo avesse fatto, risponde con una frase che lascia tutti sgomenti: ‘Sì, l’ho uccisa io‘, dice, ‘e l’ho fatto perché lei era bella e felice con suo marito. L’ho sgozzata io perché ero invidiosa‘.

Poi, si chiude nel silenzio e viene portata davanti al sostituto procuratore per l’interrogatorio.

Le parole che il sostituto procuratore Suchan, parente di Rossana, pronuncerà, sono lapidarie: “Ha reso ampia confessione. Aveva anche pensato al suicidio”.

Eppure Daniela quel suicidio non l’ha mai commesso, mentre l’omicidio è stato efferato e feroce, come dirà il capo della Squadra Mobile di Firenze, Gianfranco Bernabei.

Bernabei specifica che quello di via della Scala è stato un caso senza precedenti, e per diversi motivi in effetti è così.

Questi motivi sono il contesto, la modalità di esecuzione, la ferocia, il fatto che a commetterlo sia stata una donna, e soprattutto, l’incredibile assurdo movente.

Daniela Cecchin dice, nell’interrogatorio, di aver agito per vendicarsi di tutte le ingiustizie e le violenze che aveva subito nella sua vita. Ce l’aveva con Rossana, dice anche, e su di lei ha scaricato quel rancore e quella ferocia che si erano accumulati in 30 anni.

Rossana però non le aveva fatto niente, Daniela non la conosceva nemmeno, anche se nella mente dell’omicida, le cose non stavano così.

Il movente e la genesi del delitto

Via via che l’interrogatorio procede, la verità di Daniela, per quanto assurda, malvagia e completamente folle, prende forma.

Sì, perché per Daniela le cose stanno esattamente come crede, tanto che rivendica subito quell’omicidio spietato.

Rossana non era stata scelta a caso, ma era diventata il perfetto capro espiatorio. Quella donna era bella, aveva un buon lavoro, una bellissima famiglia, e soprattutto aveva lui, Paolo Botteri.

Rossana aveva una colpa grave per Daniela: si era impossessata della sua vita, aveva vissuto una felicità che invece sarebbe spettata a lei.

Daniela e Paolo si erano conosciuti molti anni prima, quando entrambi studiavano alla facoltà di Farmacia.

Era il primo anno di università, quando tutto sembra possibile, anche sposare l’uomo dei propri sogni, anche realizzare i più bei progetti di vita, anche, in fondo, essere semplicemente felici.

Quel collega di corso era l’unico ad essere gentile con lei, lei che passava sempre inosservata. Un ragazzo idealizzato, magari sognato come l’uomo con cui costruire una vita.

Lui, che nel momento in cui scoprirà l’identità della donna che ha ucciso la sua Rossana, non si ricorderà nemmeno di lei.

La nuova vita di Daniela Cecchin a Firenze

Daniela, dopo l’Università che non aveva terminato, si era trasferita a Vicenza, ma era tornata a Firenze nel 2001. Qui aveva trovato lavoro presso l’Ufficio d’igiene del Comune.

47 anni, educata, timorata di Dio, scrupolosa, introversa, l’impiegata perfetta. Tutto sembrava scorrere normalmente, almeno fino a quando Daniela rivede, per strada, il suo Paolo. Paolo che nel frattempo si era costruito quella vita che sognava lei.

Così Daniela, insospettabile e quasi invisibile, aveva trascorso il tempo tra il lavoro e i pedinamenti, a spiare quella coppia, convinta sempre più che al posto di Rossana avrebbe dovuto trovarsi lei. Un marito adorato, due splendide figlie, una bellezza senza tempo e una vita perfetta, almeno per lei. La sua vita, quella che le era stata portata via.

‘Sono stata io’ dirà in occasione dell’arresto, ‘la seguivo e la ossessionavo con le mie telefonate mute. La chiamavo di notte’.

Da dove nasceva quel delirio? Com’era possibile che Daniela avesse costruito un mondo di pura finzione? Tutto dipendeva solo dal fatto che Paolo, ai tempi dell’Università, era stato gentile con lei, l’unico che le rivolgesse la parola. Questo era tutto quello che Paolo avesse fatto per lei, eppure era bastato a farle credere che dovesse essere suo.

Così, quando lo aveva rivisto titolare di una farmacia, sposato, con una bella famiglia, e soprattutto felice, il demone era scattato.

Altro che impeto di follia, quel delitto verrà pianificato, studiato, preparato, e consumato nella mente prima ancora che nella realtà.

Gli istinti aggressivi secondo Freud

Freud diceva: ‘l’uomo ha istinti aggressivi e passioni primitive che lo portano allo stupro, all’ incesto, all’omicidio, ma che sono tenuti a freno, seppure in modo imperfetto, dalle Istituzioni Sociali e dai sensi di colpa. Nella personalità di ogni individuo, dunque, c’è un lato nascosto, oscuro, normalmente represso che, se liberato, ci trasformerebbe in criminali, in crudeli assassini e pericolosi delinquenti.

Questo lato oscuro della personalità, benché presente in tutti noi, non è solitamente prevalente ed infatti la maggior parte di noi non commette stupri, né omicidi, né compie rapine. In altri casi, però, i freni inibitori non funzionano, vengono scavalcati dalle emozioni, dalle passioni e dal piacere che si prova nel commettere un reato.
Le persone, allora, non sono buone o cattive, ma sia buone che cattive ed il prevalere dell’una o dell’altra componente dipende dalle occasioni, dai contesti sociali e dagli stati psicologici.

Si può quindi uccidere per egocentrismo, per sofferenza psicologica, per ricerca del piacere e del potere, per denaro, per vendetta e, infine, per invidia e per gelosia’.

Nella mente del killer: la personalità di Daniela Cecchin

I profiler si recano sulla scena del crimine non tanto per analizzare le prove: a quelle penserà la scientifica.

Lo fanno per entrare nella mente del killer.

Attraverso i suoi gesti, i suoi comportamenti, quello che ha fatto e quello che non ha fatto, cercano di ricostruire la sua mentalità.

La stessa cosa fanno quando, se si riesce a catturare il killer, si entra nella sua vita, nella sua casa, nel suo mondo.

La prima cosa che viene ritrovata in casa di Daniela è il coltello, un Opinel con una lama che misura ben 30 centimetri. È dentro la lavatrice, in un inutile tentativo di pulire le tracce della mattanza.

Nella casa di via Dogali c’è un ordine maniacale che però rivela una mente sdoppiata. Dischi di musica classica accanto a raccolte heavy metal, libri per bambini accanto al film più famoso di Alfred Hitchcock, Psycho, libri sacri accanto agli abiti di Rossana.

Cosa racconta l’appartamento di Daniela Cecchin

Il suo appartamento racconta la sua vita, e la sua vita è quella di una donna perennemente divisa tra il sacro e il profano, tiratrice al poligono e frequentatrice della chiesa, morigerata e casta ma con un’operazione di chirurgia estetica al seno, solitaria e senza amici, nemmeno tra i colleghi che, puntualmente, diranno ‘sì, era strana, ma non avremmo mai creduto che…’.

E invece Daniela era proprio il mostro.

Nata a Montebello Vicentino nel 1956, non risulta abbia subito abusi nell’infanzia. Ultima di quattro figli appartiene a una famiglia benestante, con il padre ingegnere delle Ferrovie e la madre laureata in matematica.

Daniela è una bambina solitaria, introversa, e resta timida anche quando si iscrive al liceo classico di Firenze, il Michelangelo. Lì le cose peggiorano, la ragazzina viene presa in giro perché ossessionata dalla religione, e quando prenderà il diploma nel 1975 con la votazione di 42 su 60 anche il giudizio sarà impietoso:

‘Tranquilla, comportamento diligente, più portata alle materie tecnico-scientifiche. Un po’ introversa e silenziosa, molto attenta alla religione’.

Così arriva l’università, dove il fallimento si fa ancora più doloroso. Non passa il primo esame, e si ritira, non prima però di aver incontrato Botteri.

I fallimenti continuano, come l’esame per diventare infermiera che non passa. Inizia la psicoterapia, iniziano i disturbi alimentari, e Daniela sprofonda sempre più nella sua ossessione religiosa, dividendosi tra la chiesa e il poligono.

Si poteva evitare quel delitto?

Ci sono casi che restano irrisolti, ci sono casi per i quali non si riesce a trovare una spiegazione, e poi ci sono casi come questo, in cui la vita del soggetto sembra anticipare incredibilmente il delitto, la cui genesi si dispiega sotto gli occhi di chi è abbastanza attento da saper osservare e prevedere.

La carriera lavorativa di Daniela sembra gridare ‘fermatemi prima che sia troppo tardi’, ma nessuno ha saputo ascoltare.

Nel 1987 Daniela lavora in un centro di telesoccorso per anziani, ma dal centralino viene presto spostata in archivio: non sa comunicare con chi è in difficoltà.

La prende male, e comincia a molestare i colleghi al telefono.

Viene sorpresa spesso in scoppi di ira incontrollata in bagno, dove la si sente urlare da sola. Viene anche sorpresa a rubare documenti dall’ufficio, come mostrano le telecamere di videosorveglianza. Si innamora di un uomo, ma non corrisposta gli incendia il giardino, rischiando di uccidere la sua famiglia.

Stalking, molestie, piromania, scoppi di ira, furto.

Ma nessuno, incredibilmente, interviene. Viene solo licenziata.

Se la prende allora con il chirurgo che le aveva aumentato il seno, comincia a perseguitarlo e, ignorata, distrugge la porta del suo studio.

Poi, ancora incredibilmente, alla fine degli anni ’90, Daniela torna a Firenze e viene assunta nella Pubblica Amministrazione, Ufficio di Igiene del Comune. Nonostante il suo trascorso fosse noto, e nonostante il suo atteggiamento continui. Viene accusata di aver falsificato i cartellini, e le viene ritirato il porto d’armi.

Fino a quel maledetto 8 novembre del 2003.

Daniela Cecchin prende un giorno di permesso in ufficio, e mette in pratica un delitto pianificato nei minimi dettagli. Prepara un pacco con la stampa fatta in casa del logo dell’Associazione Titolari di Farmacie e si presenta alla porta di Rossana D’Aniello. Così Rossana, sempre molto discreta e attenta a non fare entrare in casa sconosciuti, si fida di quel logo pensando si tratti di un pacco per il marito, e apre la porta alla sua assassina.

Il processo e la condanna

Daniela Cecchin viene rinchiusa nel carcere di Sollicciano di Firenze, e da lì a poco inizia il processo con rito abbreviato.

Indispensabile, stabilisce il giudice, la presenza dei periti psichiatri.

Seminferma di mente, dice la prima perizia, no, borderline, risponde la seconda a firma del professor Ugo Fornari, ma al momento dei fatti capace di intendere e volere.

Nel dicembre del 2004 la condanna in primo grado stabilisce la pena di 30 anni di reclusione

Arriva l’appello e la terza perizia, seminferma di mente, ma la Corte nell’aprile del 2006 conferma la condanna, 30 anni.

La difesa ricorre, e nel gennaio del 2007 la Cassazione accoglie il ricorso. Sentenza annullata, tutto da rifare. Le motivazioni sono lapidarie:

‘Carente di alcuna scientificità è poi l’affermazione chiave per la quale l’invidia e solo l’invidia avrebbe armato la mano della Cecchin, affermazione ritenuta confinante con la banalità e del tutto singolare, peraltro, in una trattazione che si nutre giustamente di dati e valutazioni di scienza’.

Ricomincia la guerra dei periti. Il 30 gennaio del 2008 i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Firenze stabiliscono che:

‘Al momento della commissione del reato, Daniela Cecchin era affetta dalla seguente severa infermità: disturbo della personalità paranoide, cosa che ha grandemente scemato la sua capacità di intendere e di volere’.

La difesa chiede il patteggiamento e gli anni che Daniela deve scontare adesso sono 20 anni.

‘Una cosa vergognosa’, dirà Paolo Botteri.

Il disturbo paranoide di personalità

Secondo il DSM, Manuale Diagnostico e Statistico della Personalità, il disturbo paranoide della personalità è caratterizzato da un modello pervasivo di diffidenza ingiustificata e dal sospetto verso gli altri che riguarda l’interpretazione delle loro motivazioni come dannose.

La persona crede che gli altri la perseguitino, e interpreta i loro comportamenti come minacce di un attacco improvviso in qualunque momento. Diffida e ritiene che gli altri intendono danneggiarla o ingannarla, anche quando non ha nessuna prova.

Il paziente con il disturbo paranoide di personalità sospetta che gli altri stiano progettando di sfruttarlo, ingannarlo, o fargli del male. Si sente danneggiato dagli altri, e si mostra ipervigile e trova significati nascosti nelle parole e nei gesti del prossimo.

È sospettoso, e distorce la realtà. Se gli viene offerto aiuto può credere che in realtà venga ritenuto incapace, e se si sente ferito, o sminuito o insultato attacca e si vendica.

Non si confida con nessuno perché è paranoico e crede che quello che dice possa essere usato contro di lui. È geloso, controlla e dubita di tutti. Quando, alla fine, chi gli sta vicino è esasperato dal suo comportamento, per lui è la conferma che cercava, e reagisce.

Daniela Cecchin racconta sé stessa

Agli agenti che l’arrestarono, poi nel corso degli interrogatori, o parlando con i suoi avvocati, Daniela Cecchin ha raccontato sé stessa. L’ha fatto con delle frasi, lapidarie, terribili, attraverso le quali sembrava volersi liberare dell’inferno che covava dentro. Frasi sconnesse, che celano una personalità in balia ora del Diavolo ora di Dio, ora dell’impeto del momento. Mai una parola di cordoglio, o di pentimento, o di dolore verso le sue vittime.

Mai una lacrima.

Come quando afferma

‘Sono molto religiosa. Lo so che ho fatto una cosa cattiva, ma ho molta più fiducia nella giustizia di Dio che in quella degli uomini’.

O come quando, dicendo

‘La mia è stata una brutta vita. L’ ultimo anno del liceo mi prendevano in giro perché ero molto religiosa’, cercava ancora la colpa negli altri, quegli altri con i quali ‘Da allora non sto più bene. Da quel momento la mia vita è cambiata’.

‘Mi volto e lo vedo, signor giudice’, dirà al processo, ‘era Botteri Paolo. Allora l’ ho seguito’.

Pensando, forse, che annullando la sua di vita, avrebbe potuto riprendersi la propria.

Una potenziale serial killer

Se Daniela Cecchin non fosse stata fermata, avrebbe potuto continuare ad uccidere?

Molto probabilmente sì. Dopo il brutale omicidio di Rossana D’Aniello infatti, prima di essere arrestata e fermata, Daniela aveva ripreso come se niente fosse la sua vita, come se quello che aveva fatto a Rossana e alla sua famiglia fosse solo qualcosa di fastidioso da liquidare.

Aveva ripreso anche le sue telefonate mute. I destinatari, scoprirà la polizia, erano altre due persone che Daniela aveva conosciuto quando era giovane. La loro colpa, inconcepibile per lei, era quella di essere felici.

Quando Daniela Cecchin viene catturata, si preparava forse ad uccidere ancora: aveva appena fatto una telefonata muta e nella borsa aveva un coltello.

Daniela Cecchin oggi

Daniela Cecchin, oggi, è una donna libera.

Nonostante la sua pericolosità sociale, il 1 agosto del 2017 le porte del carcere per lei si sono aperte. A 61 anni, con ancora molto tempo da vivere davanti a sé, è stata trasferita nella residenza psichiatrica Le Querce, a Firenze.

Per il magistrato di sorveglianza Antonio Bianco, la Cecchin non poteva allontanarsi da lì per sei mesi, perché anche se la società, diceva, deve tutelarsi, si doveva pensare anche alla sua salute.

I 30 anni del primo grado così sono diventati 20, di cui solo 13 e 9 mesi sono stati scontati in carcere. Poi Daniela, lo permette la legge, ha usufruito degli sconti di pena ed è uscita di prigione. Eppure non aveva mai avuto un permesso premio in quegli anni, perché troppo pericolosa.

Doveva essere ricoverata in una Rems per 3 anni uscita di prigione, cioè in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ma secondo il magistrato di sorveglianza sarebbe stato troppo punitivo per lei.

Sarebbe stato ‘controproducente sotto il profilo terapeutico-riabilitativo’.

Eppure, l’ultima perizia psichiatrica su Daniela Cecchin parlava ancora di un ‘disturbo pervasivo e difficilmente emendabile che la induce a interpretare i fatti in maniera persecutoria”.

Nonostante questo, sono bastati 9 anni in carcere e 6 mesi a Le Querce per dare giustizia a Rossana e alla sua famiglia.

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