Cesare Lombroso e l’uomo delinquente: teoria della devianza # 1 con VIDEO

Cesare Lombroso e l’uomo delinquente: teoria della devianza # 1 con VIDEO

Inquadramento storico della teoria: il Positivismo

Per comprendere appieno la portata e i limiti della teoria di Cesare Lombroso sull’uomo delinquente tra le teorie della devianza, è necessario innanzitutto inquadrarla nel suo contesto storico.

Siamo sotto l’influsso del cosiddetto Positivismo. Si tratta di una corrente di pensiero che, nata in Francia sulla scia della Rivoluzione Francese, ha poi dominato l’Europa nella seconda metà dell’800.

Questa corrente di pensiero, secondo la quale tutto si poteva spiegare con la ragione, venne declinata anche in ambito criminologico.

Si trattava di una nuova concezione su come approcciare ogni disciplina, e che ebbe anche influssi utili (si pensi alla nascita della stessa Polizia Scientifica).

L’attenzione era rivolta alla ricerca dei dati oggettivi, empirici, misurabili, e all’interno di questa corrente di pensiero nacque la Scuola Positiva. Fu la fucina che diede vita tra le altre cose alle teorie antropologiche declinate al crimine e alla giurisprudenza.

Cesare Lombroso e l’atavismo biologico

Il punto di partenza era che vi fosse un cosiddetto ‘atavismo biologico’. Con questo termine si intende il ritorno alle caratteristiche peculiari degli antenati dell’essere umano. Con la specifica però di ‘di tipo degenerativo‘ si voleva sottintendere che questo ritorno si rifacesse a delle tendenze innate di tipo animalesco e criminale.

Inoltre tale ritorno era peculiarità solo di quegli individui che manifestavano quei tratti specifici. In sostanza si voleva intendere che alcuni soggetti che mostravano dei tratti evolutivi simili a quelli dei loro antenati ne condividevano anche il comportamento.

Secondo questi teorici, di cui Lombroso fu il padre, i criminali e i delinquenti avrebbero quindi subito un arresto nella loro evoluzione.

Così, manifestavano tratti primitivi di tipo degenerativo.

Lo stesso discorso veniva esteso ai folli.

L’attenzione si spostò quindi sul crimine inteso in senso soggettivo più che espressione di una società. Erano alcuni individui, con tratti anatomici identificabili, che avevano una predisposizione alla delinquenza.

Questa concezione permase per tutto il XIX secolo, influenzando la scienza penalistica fino ai primi decenni del XX.

L’inizio della teoria dell’uomo delinquente: il cranio del brigante Villella

In questo clima Cesare Lombroso mosse i primi passi, contribuendo però fin da subito a influenzare sia la teoria dominante sia gli altri studiosi.

Si laureò in medicina nel 1858 presso l‘Università di Pavia.

Di particolare importanza per la sua formazione risultò la sua partecipazione come medico volontario nella Seconda guerra d’Indipendenza.

In questa occasione, e in particolare in Calabria, iniziò a misurare i tratti somatici di moltissimi soldati.

Una data in particolare risulta determinante per la sua teoria successiva. Era il 1871 quando eseguì l’autopsia su un brigante calabrese, tale Giuseppe Villella.

Studiando l’anatomia del suo cranio (ancora oggi esposto al Museo Criminologico Lombrosiano di Torino) notò che presentava una fossetta alla base.

Inoltre notò una dilatazione nella parte inferiore del midollo spinale, oltre al fatto che mancava la cresta occipitale al cui posto vi era una cavità.

Lombroso ne dedusse che durante lo sviluppo fetale dell’encefalo di Vilella, vi fosse stata un’interruzione. Notare che nelle scimmie, da cui si credeva ancora l’uomo discendesse, tale assenza non fosse presente, portò Lombroso a concludere che lo sviluppo evolutivo di Vilella si fosse fermato a uno stadio ancora più primitivo.

Tuttavia associò quella particolarità anatomica ad alcune razze dell’America meridionale che a suo dire le presentavano. Parlò espressamente di subumani o sottosviluppati, che mostravano appunto quell’atavismo.

In sostanza credeva di avere a che fare con individui il cui sviluppo si era fermato ad uno stadio che non arrivava a quello della specie umana.

Il criminale nato

Da queste caratteristiche pensava di poter individuare i criminali ‘nati’, che presentavano quelle caratteristiche.

Si nota quindi come per la sua teoria il crimine non avesse a che fare con la volontà ma solo con una predisposizione visibile nel corpo.

Così Lombroso, tornato dalla guerra, cominciò a eseguire le sue ricerche nei manicomi e nei penitenziari. Iniziò a misurare ogni tratto possibile, dalla statura al peso, dalle dimensioni del cranio ai capelli, passando per i denti e la pelle.

A suo dire i tratti somatici (da cui si potevano dedurre quelli comportamentali) erano simili in questa popolazione.

Estratto da ‘L’uomo delinquente

E prima di tutto non può rimaner dubbio che assai più del delitto in astratto si debba, per ben difendercene, studiare il delinquente. Riassumiamo infatti rapidamente ciò che abbiamo cercato di dimostrare. Noi abbiamo veduto come molti dei caratteri che presentano gli uomini selvaggi, le razze colorate, ricorrono spessissimo nei delinquenti nati. Tali sarebbero:

scarsezza dei peli, poca capacità cranica, fronte sfuggente, seni frontali molto sviluppati;

semplicità delle suture, spessore maggiore delle ossa craniche;

sviluppo enorme delle mandibole e degli zigomi, prognatismo;

obliquità delle orbite, pelle più scura, orecchie voluminose;

anomalie dell’orecchio, aumento di volume delle ossa facciali;

ottusità tattile e dolorifica;

buona acuità visiva, ottusità degli affetti, precocità ai piaceri venerei e al vino;

facile superstizione, suscettibilità esagerata del proprio io, e perfino il concetto relativo della divinità e della morale.

Vita di Cesare Lombroso

È opportuno tracciare anche alcuni riferimenti biografici di Cesare Lombroso. Il motivo è che, a differenza delle teorie successive della devianza, questa si identifica a doppio filo con il suo ideatore.

Lombroso, per quanto superato e contestato, resta il padre della teoria antropologica della delinquenza, e almeno dal punto di vista storico va citato.

Nacque a Verona nel 1835, e si distinse per il suo innegabile curriculum. Si laureò in medicina con una tesi sul cretinismo, specializzandosi poi in psichiatria, antropologia e medicina legale.

Nel 1867 cominciò a insegnare Antropologia venendo anche nominato professore straordinario di Psichiatria e Clinica delle malattie mentali.

Successivamente, nel 1871 vinse il concorso che lo portò a dirigere il manicomio provinciale San Benedetto di Pesaro, dove compì ulteriori studi anatomici.

Infine, nel 1875 gli venne assegnata la cattedra di Medicina legale all’Università di Torino, che allestì negli anni a seguire dando vita a quello che sarebbe poi diventato il Museo Lombroso.

Arrivarono in tanti (innegabili) riconoscimenti scientifici, e la partecipazione a Convegni internazionali come quello di Roma nel 1885, e quello di Parigi del 1889.

Nel 1890 gli venne assegnata la cattedra di Clinica delle malattie nervose e mentali e nel 1896 diventò ordinario di Psichiatria.

Cesare Lombroso e l’uomo delinquente: i principi base della teoria

L’assunto su cui si basavano gli studi e le teorie di Cesare Lombroso era che esistesse un delinquente nato, e che costui era patologicamente degenerato.

Le sue conoscenze in campo antropologico, psichiatrico e medico legale lo portarono a credere e tentare di dimostrare che vi fosse una differenza, reale e su base anatomica ed evoluzionistica, tra un uomo sano e l’uomo delinquente.

Lombroso era convinto, e impiegò la sua vita e la sua carriera per spiegarlo, che l’uomo delinquente fosse riconoscibile dai suoi tratti, che lo rendevano amorale e irrecuperabile.

Il medico, di fatto, fu il padre della cosiddetta antropologia criminale.

Attraverso lo studio di quasi 200 crani, giunse alla convinzione che vi fossero due tipi di uomo sottosviluppato: l’uomo delinquente, il criminale, e l’uomo alienato, il folle. Tra i due, quello delinquente era, secondo lui, il più patologico.

L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla medicina legale e alle discipline carcerarie

La sua teoria trovò molto seguito, soprattutto tra i medici e i giuristi, e trovò la luce nell’opera più famosa: ‘L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla medicina legale ed alle discipline carcerarie‘.

Questo libro diede vita, nonostante la diffusione, anche a molte critiche, tanto che Lombroso, su suggerimento dei suoi collaboratori, mitigò l’assolutismo delle sue convinzioni.

Innanzitutto il suo delinquente nato divenne solo una delle categorie possibili in cui l’uomo delinquente veniva declinato.

In secondo luogo introdusse i fattori sociali quali variabili d’influenza nella genesi della criminalità. Descrisse così anche il ‘delinquente d’abitudine‘.

Si trattava del criminale recidivo, sul quale l’ambiente, la povertà, le condizioni culturali avevano avuto il sopravvento, più che la natura.

Via via che questo tipo di delinquente si spingeva sempre più nel crimine, diventava sempre più depravato fino a raggiungere il livello del delinquente nato.

Così Cesare Lombroso, per spiegare il suo uomo delinquente all’interno delle teorie della devianza, dovette considerare maggiormente la società e l’ambiente quali cofattori scatenanti, dando il via a quelle che saranno le tante teorie successive.

Cesare Lombroso e l’uomo delinquente: le punizioni adeguate

Per Cesare Lombroso l’uomo delinquente fu un oggetto di studio al quale dedicò tutta la sua vita, ma allo stesso tempo fu anche la causa del suo declino e della sua rovina.

La teoria dell’atavismo biologico non era più in grado di spiegare, se mai lo era stata, la sfaccettatura dei criminali che non potevano essere semplicemente tutti uguali, e cioè pazzi, degenerati, epilettici e sottosviluppati.

Così, il padre dell’antropologia criminale pensò anche di prevedere le punizioni più adeguate per questi soggetti, a seconda della categoria cui appartenevano.

La pena doveva essere:

  • personalizzata;
  • adeguata non solo al crimine ma soprattutto alla personalità del criminale;
  • stabilita dal giudice.

La sua concezione, o pregiudizio, non si estinse mai del tutto però.

Per i criminali nati, irrecuperabili, bestie, impossibili da reinserire nella società, pericolosi, solo una punizione era la più adeguata: la morte.

Solo così, diceva, la selezione naturale si poteva indirizzare verso un miglioramento della razza.

Per tutti gli altri era sufficiente l’isolamento a vita, la segregazione: per i delinquenti abituali i lavori forzati, per i pazzi il manicomio.

I delinquenti minori, poco pericolosi, potevano svolgere servizi utili alla comunità.

Del positivismo in cui nacque la teoria di Cesare Lombroso dell’uomo delinquente non c’era più traccia.

Cesare Lombroso e l’uomo delinquente: cosa ci ha lasciato la sua teoria

La teoria di Cesare Lombroso e l’uomo delinquente che se ne desume, è ormai ampiamente superata.

Tuttavia due cose sono innegabili:

  • da un lato la teoria ha gettato le basi per la moderna criminologia;
  • dall’altro ha evidenziato come da sempre si tenti di spiegare e capire, possibilmente anche di prevenire, la devianza.

Ecco perché è importante trattare della teoria di Cesare Lombroso e l’uomo delinquente.

Va considerato anche che le conoscenze in campo psicologico, psichiatrico e medico della metà dell’800 erano assai ridotte e rudimentali.

Nonostante questo, la sua tesi gli comportò, a lungo andare, l’espulsione dalla Società Italiana di Antropologia ed Etnologia.

Uno spunto costruttivo però può essere rinvenuto.

Il ruolo dell’ambiente nella genesi della criminalità è il primo.

Molte delle teorie a venire lo considerarono.

La rieducazione per i criminali minori è il secondo.

L’interesse per la spiegazione delle cause della devianza, infine, è quello più importante.

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