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Caso Olgiata: intervista di Angelo Barraco e Paolino Canzoneri alla genetista Marina Baldi

Pubblico con grande piacere l’articolo integrale scritto da Angelo Barraco e Paolino Canzoneri sul celebre caso dell’Olgiata con un’intervista in esclusiva alla genetista forense Marina Baldi, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere al tempo del mio incarico come consulente tecnico del cold case Pasolini.

ROMA – L’estate afosa del 1991 in Italia viene turbata da un orribile delitto consumatosi in uno scenario esclusivo in una zona a nord di Roma. Il 10 luglio di buon mattino nella camera da letto della villa nobiliare lussuosa della famiglia del costruttore Pietro Mattei viene uccisa la quarantaduenne contessa moglie Alberica Filo della Torre. La contessa nata nella capitale il 2 aprile del 1949 era una donna ricca della società nobiliare romana discendente del ramo dei conti di Torre Santa Susanna, nobile famiglia napoletana Filo e sposata in prime nozze con Don Alfonso De Liguoro dei principi di Presicce; matrimonio infelice annullato dalla sacra rota. Le seconde nozze con il costruttore Pietro Mattei avvennero il 28 luglio del 1981 a Roma. La nobildonna era dedita anche a supporto di importanti opere benefiche e madre di due piccoli bambini Manfredi e Domitilla. In quelle prime ore del mattino dalle 7.00 alle 7.30 circa il marito si era già recato al lavoro e la casa era occupata da Roberto Jacono, figlio dell’insegnante della lingua inglese dei piccoli di casa Mattei, due domestiche, una baby sitter e quattro operai che stavano preparando il barbecue per una festa che si sarebbe dovuta svolgere la sera stessa. Dopo aver addobbato il giardino per la festa serale, la domestica Violeta Alpaga aveva il compito di preparare la colazione e portarla alla contessa nella camera da letto. La contessa verso le 8.30 scende al piano inferiore per poi risalire nella sua stanza poco meno di una ventina di minuti dopo. Intorno alle 9.15 la domestica Alpaga e la piccola Domitilla bussano alla porta della stanza da letto della contessa senza ottenerne risposta. Riproveranno a contattarla con il telefono interno e ribussando ancora una volta intorno alle 11.00 con esito negativo. Insospettita dal silenzio, la cameriera usa una seconda chiave per aprire la porta e vede il corpo della contessa a terra vicina al letto con le braccia aperte e con un lenzuolo avvolta in un lenzuolo con vistose macchie di sangue. I primi ad accorrere alla chiamata della domestica sono i Carabinieri seguiti dal nucleo operativo. Da un primo rilievo manca qualche gioiello di poco conto ma gli oggetti di valore sembra che non siano stati neanche cercati. Il delitto stupisce e sconvolge gli italiani da nord a sud che nel luglio afoso di quell’anno stavano trascorrendo ferie e vacanze al mare e diventa presto tema di discussione e chiacchiere divenendo presto chiamato espressamente “il delitto dell’Olgiata”. Un omicidio nella “Roma bene” in un quartiere nobiliare che sembrava essere “avulso per natura” da qualsiasi fatto di cronaca nera. Il caso viene affidato al Pubblico Ministero Cesare Martellino e al collaboratore Federico De Siervo. L’autopsia accerterà che la contessa è stata tramortita con un corpo contundente, uno zoccolo, e poco dopo strangolata. Il delitto appare da subito complesso e pieno di insidie. Le forze di Polizia si concentrano sui possibili moventi e ipotizzano il classico delitto passionale ad opera di un ipotetico amante della contessa ricevuto nella camera da letto divenuta improvvisamente scenario di una lite furibonda con esito tragico. A fomentare l’ipotesi i segni evidenti di raptus omicida. L’ipotesi non viene condivisa dai Carabinieri che invece reputano possibile che il delitto sia maturato in un contesto prettamente casalingo dove la contessa conosceva perfettamente l’omicida che magari indisturbato aveva modo di poter girare nella villa indisturbato. Il primo ad essere sospettato è Roberto Jacono, figlio dell’insegnante di inglese dei bambini e afflitto da problemi psichici. Nei suoi pantaloni la scientifica trova macchie di sangue e ne dispone immediatamente l’esame del DNA che invece lo scagiona perchè non appartenente alla vittima. A questo punto fra i sospettati compare un cameriere filippino Manuel Winston che era stato licenziato poco tempo prima e che per ovvie ragioni conosceva la villa ed era conosciuto dalla servitù. Un esame del DNA inizialmente scagiona pure lui. Il caso sembra giunto ad un punto morto e destinato a diventare un vero e proprio mistero. Solo le indagini insistenti e le nuove tecnologie sempre più progredite hanno offerto spunto e motivazione per rifare esami sempre più accurati e scentificamente più precisi.

Il 30 Marzo del 2011 la polizia arresta Manuel Winston con l’accusa di omicidio della contessa Alberica Filo della Torre del 20 Luglio del 1991. Un esame più accurato aveva scovato tracce del DNA del filippino sul lenzuolo con il quale era stato ricoperto il volto della donna. Posto sotto accusa, Winston, che ai tempi dell’omicidio non era che un giovane ventunenne, confessa dopo due giorni intensi di interrogatorio raccontando agli inquirenti che in quel periodo era stato licenziato perchè assumeva troppo alcool e chiedeva anticipi sugli stipendi che non ripagava mai. In quella tragica mattina il giovane si era introdotto furtivamente nella villa passando dal garage senza farsi vedere; salito fino in camera da letto per rubare qualche oggetto di valore, era stato sorpreso dalla contessa rientrata nella stanza improvvisamente e preso da un folle raptus il filippino aveva colpito inizialmente la donna con uno zoccolo stordendola e, preso dal panico di poter essere accusato dalla contessa al suo risveglio, le ha stretto le mani al collo fino ad ucciderla. Un caso che ha richiesto un ventennio ma che ancora presenta qualche dubbio e qualche spunto di riflessione. Sembra infatti che qualcosa non torni.

Noi abbiamo parlato con la Dott.ssa Marina Baldi, Genetista Forense nonché consulente di parte.

Dopo 20 anni si è stabilito con certezza che Manuel Winston Reyes ha ucciso la contessa Alberica Filo della Torre in quel tragico 10 luglio del 1991. Come si è arrivati dopo tanti anni all’individuazione del killer?

Il caso sembrava ormai destinato a rimanere irrisolto, quando il marito della vittima, che non si è mai arreso, parlando con un componente delle forze dell’ordine ha saputo di quanti passi da gigante avessero fatto le scienze forensi negli anni successivi al delitto. Si è quindi rivolto a due legali che hanno richiesto un parere pro-veritate a me e al dott. Fiorentino, e tale relazione è stata utilizzata per ottenere la riapertura del caso. Anche dopo questa riapertura la vicenda, però,non ha avuto vita facile.

Come mai ci sono voluti 20 anni per individuare il killer?

La ragione di tutto questo tempo risiede nel fatto che all’epoca non vi erano metodiche analitiche sufficientemente approfondite da poter essere utili. Il DNA si stava appena affacciando nelle aule di tribunale e gli stessi periti dell’epoca, il Prof. Fiori ed il Prof. D’Aloja, che fecero i primi rilievi sui reperti, scrissero nella loro relazione che viste le novità in arrivo dal punto di visto tecnologico, lasciavano i reperti in buone condizioni proprio per un eventuale riesame degli stessi in un periodo successivo. Fu un modo di agire molto oculato che ha consentito poi di poter chiudere il cerchio con l’individuazione dell’assassino.

Quali sono state, secondo lei, le falle che hanno impedito un’immediata risoluzione del caso e una repentina individuazione dell’assassino?

All’epoca si sarebbe potuto risolvere il caso rapidamente. Sarebbe bastato ascoltare le intercettazioni telefoniche dell’epoca, dalle quali si evinceva che Wiston Reyes cercasse di vendere i gioielli della contessa spariti dalla stanza dove era stata uccisa. Purtroppo furono ascoltati solo un paio di nastri e non tutti (credo fossero almeno una decina)

Come si è svolto l’esame del dna e quali reperti furono analizzati?

L’esame del DNA si è svolto in due tempi diversi. Il primo, al momento della riapertura del caso che fu però eseguito senza analizzare approfonditamente i reperti. Successivamente furono incaricati i RIS di Roma, che invece fecero una attività approfonditissima e che quindi trovarono il sangue di Wiston Reyes sul lenzuolo con cui era stata strangolata la contessa e il suo DNA sull’orologio che era stato ritrovato sganciato ancora al polso della vittima.

I reperti erano ancora integri e ben conservati?

I reperti erano stati conservati nel migliore dei modi dall’inizio, non erano ammuffiti ed erano correttamente confezionati singolarmente in buste di sicurezza.

Lei ritiene che il lavoro di comparazione svolto dal RIS da lei seguito, che ha portato all’individuazione di Reyes come responsabile si poteva fare prima ? O ritiene che le tecniche dei primi anni 90 hanno impedito tutto ciò?

Come ho già spiegato il delitto si sarebbe potuto risolvere subito se solo si fosse analizzato tutto il materiale a disposizione, riguardante le registrazioni telefoniche. Per ciò che riguarda il DNA, invece, all’epoca non sarebbe stato possibile effettuare più analisi di quelle che furono fatte, ma fortunatamente i periti dell’epoca preservarono i reperti in modo così accurato che è stato possibile rianalizzarli dopo tanti anni senza problemi.

Intervista a cura di Angelo Barraco e Paolino Canzoneri

 

 

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